Questa storia comincia in una stanza piena di luce. È un pomeriggio d’estate, è ora di uscire. La bambina si
specchia nell’armadio a dieci ante, accanto al riflesso della mamma che si sta infilando un paio di orecchini
e passa un velo di rossetto sulle labbra. Indossano scamiciati gemelli, cuciti nelle sere d’inverno. La bambina
sogna: "essere grande dev’essere proprio così", pensa. Ma la mamma si volta, sorride, e le tende il flacone
trasparente: un tocco dietro le orecchie, uno ai polsi, e l’ultimo spruzzo – leggerissimo – sul vestitino.
Adesso hanno lo stesso profumo. Adesso è davvero grande.
Cinquant’anni dopo, una donna apre il cassetto e ritrova quel gesto. Vaporizza l’eau de Philae sulla pelle
accaldata dall’estate. Ama quella sensazione di fresco che placa la dermatite da caldo, ma c’è di più: in
quelle note di loto e rosa, di papiro e mirra, riaffiora l’immagine di uno specchio e una bambina che aspira a
diventare come la sua mamma.
Sono miracoli d’acqua, profumi che attraversano il tempo, lozioni che rinfrescano il corpo ma toccano il
cuore, preparazioni botaniche che, da secoli, uniscono scienza e spiritualità.
Raggruppate sotto l’iperonimo di aqua mirabilis ci sono tutte le acque alcoliche e non alcoliche, che
spaziano dalle acque medicinali come gli spiriti di erbe e l'acquavite, passando per le tinture, fino all' eau de
Cologne, al dopobarba e all'acqua per il viso. Ha un nome che sembra uscito da un grimorio alchemico e in
un certo senso lo è, perché quest’acqua distillata e alcolica, aromatizzata con erbe e spezie, era usata nei
monasteri del secolo XIII secolo come tonico polifunzionale, rimedio digestivo, e per uso esterno come
lozione rinfrescante, antisettico, profumo. Si pensi all'acqua dei carmelitani scalzi, che si chiamava colonia
ed è considerata l'antesignana dell'eau de Cologne o l'acqua della Regina d'Ungheria, considerata il primo
profumo moderno e la lista potrebbe continuare con l'elisir di Chartreuse dei certosini e l’acqua dei
cappuccini, la vulneraria, l’acqua “spacca occhiali” (realizzata con fiordalisi macerati nell’acquavite).
Monasteri e conventi sono stati per secoli laboratori di alchimia e farmacia naturale, dove monache e
monaci, nei laboratori silenziosi, svilupparono ricette a base di erbe medicinali locali, con accurate tecniche
di distillazione e macerazione, su base alcolica, dove l'alcol fungeva da veicolo conservante e mezzo di
estrazione. Le ricette si tramandavano oralmente o erano trascritte nei codici farmaceutici conventuali
(precursori delle Farmacopee), spesso custoditi in segreto.
Tra le discendenti più raffinate della tradizione monastica francese, è l'eau de Philae, un'acqua profumata
che richiama la sacralità e l'aromaticità delle antiche preparazioni templari, a base di oli essenziali, mirra,
loto, papiro, rosa e incenso. Ispirata al tempio di Philae, dedicato alla dea Iside in Egitto, considerato luogo
simbolo di guarigione, magia e rinascita. Era usata come profumo, tonico energetico, aromaterapico,
soluzione purificante, calmante di irritazioni cutanee senza lesioni aperte, lozione post-rasatura, dopo
bagno. Essa vanta ottime proprietà batteriostatiche e non si può tralasciare che è detestata dagli insetti.
Richiama lo spirito erboristico sacrale che unisce profumo, benessere e tradizione rituale, proprio come le
antiche aquae mirabiles, ponti fra corpo e spirito, farmacia naturale e rituale sacro.
Le acque profumate conducono il respiro delle piante in una boccetta, hanno la bellezza delle cose più
semplici e non servono solo per lenire il caldo o ravvivare la pelle, le si sceglie per riconnettersi a un ricordo,
a un’immagine, a un sentire profondo. Perché certe fragranze non si annusano soltanto: si ricordano. Non
sono semplici cosmetici, ma riti di benessere quotidiano, memorie liquide, gesti che durano nel tempo.
Rinfrescano corpo e spirito con la leggerezza di una carezza e ogni singolo spruzzo è un gesto di bellezza, un
sollievo che profuma di storia, eco di antichi segreti, mescolanza di scienza e bellezza, un’eredità viva.
Dott.ssa Cecilia Gabrielli